Salta al contenuto
Mario Ricotta

Narrativa · Prefazione · 1 Gennaio 1995

Per raggiungere la soglia della dea, fino alla luna, fino al sogno della fiera… le arance d’oro


Il libro

Dicerie e leggende

Giuseppe Messina

Racconti e leggende popolari mussomelesi, raccolti e riscritti come fiabe.

Centro Stampa Boncino, Mussomeli 1995 (pp. 9-16)

«L’epopea e il mito creato dal Messina esce dal cuore del popolo, dalle sue viscere, dal suo inconscio»: la ricerca di un’essenzialità che va oltre l’apparenza, e le dicerie popolari innalzate ad archetipo.

È la ricerca di una essenzialità di vita che va oltre l’apparenza per incontrarsi con l’Assoluto e con se stessi. Ritornare su se stessi per ritrovare dentro di sé motivi di pace e di saggezza.

Per ritrovare la verità o la propria verità.

«Redi in te ipsum» ricordava S. Agostino, il filosofo dell’anima e del concetto del tempo. E su questa linea si muove il Messina che tenta di dare una risposta agli assilli della complicazione del suo animo.

Riecheggia il solito «gnosce te ipsum» dei latini o il «Ynoy Seauton» dei greci. Dentro se stessi sta la verità.

«Siete stati buoni discepoli e vi siete guardati dentro per tanto tempo. La frenesia del mondo impedisce di guardarsi dentro, eppure è solo conoscendo se stessi che si può avere una possibilità di penetrare i misteri della vita e del creato. Il mondo ha abituato a risposte pronte all’uso impedendo di pensare, ma voi avete percepito che la verità era ad uno stadio più profondo. Ripercorrendo i vostri giorni vi siete purificati e vi siete ammaestrati. Tutte le risposte che cercavate in me avete cominciato a trovarle dentro di voi» (Viaggio in India). La verità, dunque, è in se stessi.

Bisogna saperla cercare dentro se stessi, per trovarla al di là dei rumori assordanti che la società contemporanea frivola e disattenta ci propone, per dimenticare la morte e con essa la nostra vera esistenza, e proporci un modello di vita comune, che non è più vita ma modalità di sopravvivenza, e pensare tutti allo stesso modo, come i mass media, come la forma e l’immagine che la pubblicità propone.

Invece intensa e forte è nel Messina la ricerca di essenzialità, una nudità pura, francescana, che sta sotto il rumore, una scelta di silenzio (Il Silenzio della Luna di Federico Fellini) e di preghiera che possa dare un senso al non senso di ogni giorno, di tante attività e di nessuna, dare una ragione che svincoli dal tentativo attuale e perennemente presente del «Grande Fratello», che arricchisca l’immensa povertà del grigiore abitudinario, della meschinità senza appelli.

Lo slancio e la fantasia sono morti.

Questo bisogno di pace, di serenità e di profonda religiosità che investe ogni opera del Messina, sia come esplicita ricerca dentro se stessi, come meditazione e preghiera verso l’Assoluto «Le giornate erano scandite dalla preghiera e dall’adorazione». «Non aveva mai creduto che si potesse vivere nella gioia con tanta intensità» (Frate Gabriele). La religiosità anche come coinvolgimento totale nelle descrizioni davvero notevoli dei paesaggi e della natura, nel suo divenire stagionale, che non sono solo godimento per gli occhi ma anche partecipazione e immedesimazione. Infatti Saro, cieco dalla nascita, «seguiva il cadere cadenzato dei semi nel solco, il cigolio dell’aratro e il fremire della mula e poi lo schiocco dei gambi secchi, spezzati dalla falce e le stagioni che si inseguivano veloci e le annate alternate come le vacche magre a quelle grasse della favola di Giuseppe e il vento e il sole e le bufere di neve che raggelavano le caviglie persino sui bordi del braciere, nella vecchia cucina che sentiva di fumo rappreso». E più oltre «Saro, ancora inebriato dall’odore di spighe dorate, smorzato da quello della terra umida…» (Mucchi di Rainieri).

Questa religiosità così piena, totalizzante, è presente fin dai primordi dell’esistenza, quando il colloquio con Dio era più confidenziale. «Fu così che il buon Dio, per accontentare quelli che contenti non sono mai, ci regalò la luna e le sue fasi alterne». E «Al tempo in cui il buon Dio creò i primi uomini esisteva soltanto il giorno pieno di luce e la notte tutta buia». E gli uomini comunicavano con Dio attraverso l’araldo che «si vergognava e si schermiva» prima di parlare con Lui. Nella fiaba «Il Racconto della Luna» suggestiva e originale, lo scrittore si libera totalmente non solo dalle pastoie della filosofia dei racconti, ma anche dal tema obbligato delle dicerie popolari delle leggende per spaziare infinitamente nella creazione fantastica dagli esiti eccezionali come anche ne «L’ultimo Viandante» dove la poesia sfolgora in pieno buio e si sfiocca incandescente in un caleidoscopio di colori infiniti. Questa ricerca di interiorità e di purificazione è una conseguenza inevitabile che nasce dalla considerazione dell’infelicità e dell’ingarbuglio che la vita rappresenta come nei racconti dove i personaggi soli, crudemente soli, carichi di pesanti segreti, destinati alla sconfitta e alla infelicità che la vita impietosa ha voluto. Il tentativo di purificazione è un obbligo per passare a un mondo di bellezza e di armonia nella sede della dea.

Il giocatore che vince al gioco, dimentica la promessa di una serata particolare alla moglie e ai figli, e continua a giocare, a ubriacarsi nel gioco, vizioso, trascorrendo quasi tutta la notte nel gioco fino a perdere tutto quello che ha vinto, fino a perdere tutto quello che ha e così «Salì in auto, avviò il motore e partì. Quella fu l’ultima volta che fu visto in paese». Nemmeno la possibilità del riscatto, solo una condanna, una terribile autopunizione. Il suo errore altre volte già ripetuto non è purificabile, non ha possibilità di soluzione. «Di lui non si seppe più nulla». Mentre il giocatore, schiavo del vizio, è artefice della sua condanna. Destino e fatalità sembra essere la disgrazia di Bastianuzzu, il nostro protagonista, vivo e pieno di desideri, di amore, partecipe della natura, che non ha né vizi né colpe da scontare, ma idee di fantasia su «Maria, la figlia di Mela». Al mulino dove s’era recato col suo carico «Bastianuzzu seguiva con lo sguardo la scopa di paglia farsi largo tra le pietre mal connesse del pavimento quando si sentì tirare la giacca da dietro. Fece per voltarsi come se si aspettasse di vedere qualcuno e si avvide che la macina se lo stava tirando dietro!»

«Bastianuzzu, intanto, delirava tra i lamenti come se si sentisse addosso gli occhi dorati di Maria che pensava con angoscia di non rivedere più.»

«Il viatico arrivò in tempo e sicuramente Bastianuzzu andò in paradiso.»

Con quel «sicuramente» alla sconfitta-disgrazia viene concessa la salvezza finale come antidoto, come unica consolazione contornata dalla pietà e dalla commozione generale.

In «Sono ancora piccola» Vinia, che non sa crescere, è nata sconfitta.

«Passarono ancora degli anni, molti anni, e Vinia, che ora mi capitava di incontrare spesso, mi appariva cristallizzata e ferma nel tempo. Al di là di ogni realtà sembrava che da un momento all’altro, dopo le frequenti strette di mano dovesse dire — Sono ancora piccola — e piccola rimase fuori da ogni metafora.» «Eppure non ero che un ragazzo quando conobbi Vinia. Era una bambina dal faccino rotondo cerchiato dai capelli neri e lisci e dal corpicino esile.» Così inizia il racconto.

Anche Nuccio Spina è un perdente che porta dentro il suo segreto.

Ma è uno che sa perdere e riesce a trovare una modalità per soccombere dignitosamente trascinando nella sconfitta i suoi persecutori. Abbandona il suo lavoro, cambia abitudini di vita, rinunciando al suo stipendio pur di vincere la sfida. «Nuccio era diventato una istituzione». «Era uno strano tipo di vagabondo». «Nuccio Spina, se il tempo era bello, lo trovavi sempre nel tardo pomeriggio, sugli scalini di S. Francesco, con gli occhi socchiusi a godersi il sole… ed egli osservava tutti con un mezzo sorrisetto beffardo!»

«Posso raccontarle la mia storia in cinque o in cinquantacinque minuti. Lei quale preferisce?» chiede all’autore alter ego che lo interroga sulle sue stranezze, sulla sua vita segreta!

Nella vendetta ha mitigato la sua sconfitta, o meglio in una giustizia intesa a modo suo, portata a termine con determinazione, ha saputo punire duramente la moglie infida e perversa e ha saputo beffare i giudici e i tribunali.

«Ho visto il tuo bambino. È meraviglioso! A me piacciono i bambini» esordisce la protagonista di «A me piacciono i bambini» e continua, al tavolo del bar dove sorbisce il suo caffè, con il racconto degli incontri amorosi di Palermo con uno studente d’ingegneria durante gli anni della sua università. E parla del suo amore, dell’aborto provocato in un paio d’ore da un medico, amico del fidanzato. «Non potevo certo rovinare l’avvenire al mio ragazzo, al promettente ingegnere, non potevo proprio.» «Al ritorno dal servizio di leva sembrò che dell’antico amore non fosse rimasto che il ricordo quando un giorno, non so bene quale, ho faticato molto per dimenticarlo, mi disse — non sento più niente per te — con una faccia da idiota».

«La luce che aveva animato i suoi occhi si spense e il suo volto tornò triste e inespressivo. Nel suo racconto mi parve di cogliere un desiderio di espiazione che mi commosse. Presa dalla tenerezza le poggiai una mano sulla spalla». La tenerezza finale, la mano sulla spalla, dovrebbe riscattare tutto il malessere del racconto, della sconfitta, della desolante prospettiva della solitudine che non si anima di vita e di bimbi, ma che vive di fantasmi, del racconto di fantasmi di una triste storia d’amore, fantasmi cristallizzati, inamovibili, che ormai occupano tutti gli spazi della mente, pesanti come macigni con cui dovrà fare i conti per tutta la vita.

Una mano sulla spalla come una piuma che può solo allontanare un pizzico di polvere dal macigno. Una mano sulla spalla come un atto di tenerezza, unica solidarietà possibile in tanta disperazione. Una situazione senza scelte e senza sbocchi possibili.

In «Senza Rumore» il dramma del protagonista affetto da un male inguaribile, è vissuto fin nelle oscure viscere della solitudine, una solitudine masticata giorno per giorno con amarezza man mano che la malattia compie la sua azione devastatrice. «Lo sai che non guarirò più» gli disse «e quindi che differenza fa se muoio fumando?» «Il fratello non seppe che rispondere, si commosse e gli portò le sigarette» «Con gli amici rimase a parlare anche in sogno fin a quando non gli si affievolì la voce e scomparve, senza rumore.»

Nella nullità della sua vita e della sua scomparsa, quest’uomo senza qualità, fragile e terribilmente solo, ci rimane come un pugno nel petto, come un singhiozzo impossibile in gola.

I vinti del vizio, della morte, del male, della disgrazia, dell’incapacità di vivere, degli inconvenienti della vita, tentano le loro carte per impietosire, per dimenticare, per fuggire. L’ironia, la bizzarria, la fuga, il racconto del ricordo fantasma sono delle modalità per illudersi ancora di non essere stati sconfitti, forse per dare a modo proprio una dignità al proprio dolore e anche al proprio peccato. Per espiare la propria colpa, per difendersi dall’accanimento altrui, per punirlo forse.

È nelle leggende che Giuseppe Messina tenta di sciogliere tutto questo male di vivere, immortalandolo nella bellezza dell’invenzione assurgendo a dignità di poesia le dicerie e le credenze popolari che esplodono con la stessa forza di un mito greco. Riscatta così il popolo dalla sua ignoranza, fa uscire dal denso buio dell’inconscio collettivo opere universali.

«Sotto gli occhi attoniti di Tresa e di quell’insieme di famiglia si vide Pasquale con aratro, giogo, buoi sprofondare sotto terra.»

«…un’acqua limpida cominciò a gorgogliare e riempire la voragine che si era aperta…» «Ma ella non volle allontanarsi, rimase lì, sul muretto, forse dove ora ero seduto io, a guardare l’acqua nella speranza che le restituisse almeno il corpo di Pasquale.» «C’è chi dice che nelle notti di luna la si può vedere ancora lì, in attesa!» Questa leggenda come altre che sembrano avere un luogo dell’immaginario, invece vengono localizzate in varie contrade del territorio di Mussomeli. «Ero seduto sul muretto della vecchia trazzera che portava a Sutera, a pochi passi dal pozzo di S. Brancato». Non si riesce a trovare il nome nel martirologio cristiano.

«Sicuramente col passare del tempo il nome originario si era deteriorato fino al punto di non essere più rintracciabile».

In questa come in altre leggende del Messina la convinzione popolare della maledizione dell’empio con l’intervento diretto di Dio viene fatta emergere come un capitolo biblico.

Suggestiva e drammatica appare la sorprendente vicenda dei monaci che di giorno facevano la questua e di notte, travestiti da banditi, uscivano a cavallo a far razzie. La vicenda appare torbida e ancor più inquietante per questo duplice aspetto della vita dei monaci.

«Stava spuntando l’alba quando, annunciati da una nuvola di polvere e un rumore di zoccoli, rivide i cavalli tornare con degli armenti. I granai sempre colmi, le stalle affollate, la chiesa polverosa. Vidi infrangersi lentamente i miei sogni. La collina addolciva la mia angoscia. Anche quel giorno alleviò il mio tormento. A pensarci mi sembra ancora incredibile ma in quel silenzio percepivo le urla del capitolo, quando un boato, come se si fosse spaccata una montagna, mi distolse attirando i miei occhi sul convento che sprofondava lentamente. …Tutto veniva cancellato. Ancora immobile, non riuscivo a staccare lo sguardo da quella conca senza segno.»

«Ad ogni trebbiatura i contadini abituati alzavano lo sguardo rimuginando le parole di Paolino come se si aspettassero di vedere apparire il vecchio frate Barnaba.» Una conca senza segno, traccia di un convento maledetto, rifugio di monaci malfattori. Davanti agli occhi innocenti e terrorizzati del ragazzo il convento scomparve, inghiottito dalla terra come un fatto rimosso del passato nell’inconscio. Gli stessi individui dissociati, latori di pace e di umiltà alla luce del giorno, si trasformano invece in canaglie e uomini malvagi, nascosti dalle tenebre della notte. Il castigo di Dio è senza appelli. Cancella ogni traccia dell’infamia.

«— Torneremo domani per sciogliere l’incantesimo — disse Masi come ultima cosa. L’indomani arrivarono di buon’ora insieme a Masi. — Quale sorpresa! La pietra era stata rivoltata, sotto c’era una giara in frantumi e qua e là qualche spicciolo. Rimasero senza parole.»

Il racconto su i «Truvatura» che si snoda tra un bicchiere e l’altro di vino, all’osteria del Cece Nero in attesa delle fave cotte da mangiare, presenta svariate versioni. Arcinoto! È il tipico racconto dei nonni, povero e senza storia, quasi banale. Il Messina, come suo solito, crea l’atmosfera, fornisce la materia, fa nascere l’incanto, diventa una versione viva e sempre attingibile.

«Di tanto in tanto Cola, misurando il grano del fratello, capovolgeva il tomolo riempiendone il fondo incavato, gli prendeva la mano e poi “Tocca e vedi come è colmo — diceva”.»

«Quello che non vedo io vede Dio, diceva Saro. E Dio di sicuro vide.» Scatenò un temporale improvviso e trasformò i due cumuli di grano in mucchi di terra. «I due mucchi di terra sono lì a segnare il confine dell’ingordigia. Quello grande che nasce ogni primavera viene portato via dai primi temporali, quello piccolo rimane immobile, testimone di una storia antica e senza tempo» in contrada Rainieri.

L’intervento divino è immediato e accoglie la supplica del più fragile dei due fratelli, punendo quasi con rabbiosa puntigliosità l’ingannatore. È un Dio Bambino creato nell’immaginario collettivo popolare che in fondo è rimasto di animo infantile, incapace di logica.

Soddisfa il pio-malevolo desiderio del popolo prelogico. In ogni desiderio di giustizia anche legittimo, in ogni pia intenzione, si cela sempre un pizzico di malignità.

«Giorno di magia» appare la fiaba d’amore tra la ninfa Melis e il pastore Mons.

«Note rincorrevano note, si sfioravano, si toccavano, si ghermivano e si scioglievano annullandosi nel vento e poi …Poi fu silenzio.»

«— Tu non partirai, lo sento. — Ella gli sussurrava all’orecchio e lasciandolo assopire, Melis, gli occhi al sole, ne irrorava la pelle di lacrime. Egli cominciò a crescere, crebbe a dismisura sempre più… Lì, rimase, eterno, immobile, montagna a riparare la ninfa dai venti impetuosi di tramontana e ad offrire verdi pascoli alle greggi.»

Tutta la fiaba dal titolo «Bumar» è melodia d’amore, musica di un tempo senza tempo, sprigiona forza e bellezza che sfidano gli eventi.

Sta la montagna d’amore a sfidare i secoli.

Fin dall’inizio della leggenda ne «Le serre del Vullo» pare incombere la maledizione. È un qualcosa di losco che deve accadere. E nelle descrizioni dei paesaggi e delle azioni, nella idea della necessità di appropriarsi della paglia abbandonata nelle terre del Vullo e nella determinazione di andarla a prendere si insinua l’avvenimento fatale che si attua nell’apparizione finale «Don Paolo, impietrito, gli occhi sbarrati. Mentre una figura dalla barba fluente, l’abito bianco svolazzante nella brezza, uscita dal nulla, sembrava avvicinarsi» per finire che «Don Paolo rimase immobile, lo sguardo allucinato, perso nel vuoto. Poi chiuse gli occhi portandosi dietro la notte di luna delle sue visioni.»

Ne «L’ultimo Viandante» la bellezza di Taide e la sua dimora rappresenta forse nella sua armonia neoclassica la sede possibile della felicità dopo la purificazione inevitabile degli avvenimenti anche crudeli della vita, soglia immortale, paradiso dei desideri, contemplazione di pura bellezza, incanto del paesaggio che rasserena l’animo e lo riempie totalmente. È nello strato più profondo e anche cosciente dei nostri desideri come un sogno sempre attivo, come l’ultima sponda che ritroviamo in ogni religione.

Un sogno di infanzia, un sogno che si perpetua da adulto, e tutto è possibile. Le arance d’oro rubate alla fallacità del sogno, sono vere. Non scompaiono con esso. Ma la realtà delle arance d’oro che non svaniscono sorprendentemente con lo svanire del sogno, è la realtà della fiaba. La fiera di notte, nel sogno di Mario conserva i suoi immensi spazi creativi, suggestiva e fantasmagorica come il cielo che si apre, incantata nei suoi personaggi, sbalordita nei fatti che avvengono, nella loro descrizione. È il sogno forse che vanifica la realtà oppure la realtà scivola nel sogno. Le arance d’oro comprate nella fiera del sogno, le arance strappate all’inganno del sogno sono reali. Ma è una realtà di fiaba.

Associazioni e paragoni calzano con notevole efficacia. I paesaggi descritti, le azioni raccontate, i concetti espressi, le invenzioni fiabesche e l’esaltazione nobilitante delle dicerie popolari seguono il ritmo del tempo e della luna. Mentre attraverso la inevitabile purificazione si può raggiungere l’immortalità della soglia abitata dalla dea. E forse la soglia della dea, la fiera del sogno, l’incanto della luna, l’amore della ninfa Melis con il pastore Mons, non sono altro che una modalità per guardare dentro se stessi, per trovare dentro se stessi la propria verità che è la verità.

Bisogna fendere la tenebra che ricopre il sogno, anzi questa tenebra si dissolve anche per attimi perché il sogno abbia seguito, ma il sogno mantiene accesa la luce e persiste.

L’epopea e il mito creato dal Messina esce dal cuore del popolo, dalle sue viscere, dal suo inconscio. Bisogna andare allora dentro se stessi e più lontano di se stessi nell’inconscio collettivo di un popolo per perdersi e ritrovarsi. Archetipi universali divengono allora le povere dicerìe destinate all’estinzione.

Forse oggi abbiamo fatto un passo in più sulla via della conoscenza.

Giuseppe Messina ce ne dà un incredibile, inusitato spunto.

Mario Ricotta


Torna agli scritti critici